Con la scomparsa di Papa Francesco si chiude una pagina intensa e luminosa della storia della Chiesa. Un pontificato segnato da parole semplici e potenti, da gesti profondi e da una spiritualità concreta, vicina agli ultimi, capace di abbracciare anche chi si sentiva lontano.
La sua voce è risuonata con forza in un mondo spesso assordato dal rumore: una voce che ha parlato di pace, di perdono, di dignità umana, che ha invocato una Chiesa povera per i poveri e ha ridato volto e nome alle periferie esistenziali. Papa Francesco ha raccolto con coraggio l’eredità di un gigante del pensiero e della fede come Benedetto XVI. Se Ratzinger ha saputo illuminare la Chiesa con l’intelligenza teologica, la profondità spirituale e l’umiltà di un Papa che ha avuto la forza di farsi da parte, Francesco ha proseguito quel cammino rendendo il Vangelo ancora più prossimo, quotidiano, vissuto. Diversi nei modi, entrambi uniti da una fede autentica e da un amore radicale per la verità. La musica ha accompagnato molti momenti significativi del pontificato di Francesco, sin dal giorno dell’intronizzazione. In quell’occasione, anche chi scrive ebbe l’onore di offrire un piccolo, umile contributo come organista durante la celebrazione. Un’esperienza vissuta con profonda emozione e gratitudine, che resta tra i ricordi più intensi: le note si intrecciavano al silenzio della piazza, agli sguardi raccolti, a una percezione forte e chiara di cambiamento.Papa Francesco ha saputo farsi ascoltare, ma soprattutto ha saputo ascoltare. La sua eredità non è fatta solo di parole, ma di silenzi carichi di senso, di sguardi, di passi lenti ma decisi. Il suo stile pastorale ha lasciato un segno indelebile, che continuerà a ispirare credenti e non credenti.
Resta il ricordo di un uomo che ha saputo trasformare la guida della Chiesa in un cammino condiviso, umano, profondo. E in questo cammino, ogni nota, ogni gesto, ogni parola, ha contribuito a costruire un’armonia che resterà viva nel tempo.
Non una cattedrale, ma un teatro. Non pietra e silenzio, ma velluto, legno e respiro. Eppure, nel cuore del Teatro Pergolesi di Jesi, questa sera, il Requiem di Mozart ha risuonato come un’intima messa laica, capace di sospendere il tempo e il fiato. Se in una grande basilica la musica sacra si fa eco e cielo, qui si è fatta carne, sguardo, tremito. Perché la morte, in fondo, non abita solo nei templi: si siede accanto a noi anche in platea, mentre ascoltiamo la bellezza che ci supera.
Luigi Piovano, alla direzione, ha compiuto qualcosa di bello: ha guidato l’orchestra come si accompagna un’anima nell’attraversamento di un confine invisibile. Con gesto misurato, quasi liturgico, ha scolpito una lettura intensa e raccolta, in cui ogni movimento sembrava nascere dal respiro collettivo tra podio e pubblico. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana ha risposto con profondità e sobrietà, evitando ogni tentazione di teatralità: il dolore non ha bisogno di ornamenti. Il Confutatis maledictis ha segnato un punto di vertigine: il contrasto tra l’invocazione dei dannati e il grido voca me cum benedictis ha creato un momento in cui la musica non chiedeva più solo ascolto, ma partecipazione. Lì, tra il fuoco e la supplica, abbiamo sentito la voce dell’uomo davanti all’ignoto. Come scrisse Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare” – ma in quel passaggio, era chiaro che Mozart sapeva benissimo dove condurci: nel cuore del dubbio.
Il Lacrimosa è stato forse il momento più intimo e commovente. Fragile, iridescente, come se il mondo intero trattenesse il fiato. “Moriamo ogni giorno”, diceva Montaigne, ma ci sono musiche che ci fanno morire meglio. In quell’andamento inarrestabile, che si spegne poco dopo l’inizio, c’è tutta la consapevolezza della fine, e la struggente tenerezza di chi ancora spera, anche sapendo.
Luigi Piovano, la Form e il Coro Giovanile delle Marche e i Solisti dell’Accademia Lirica di Osimo (AN)
Nel “Quam olim Abrahae promisisti”, spesso considerato solo un passaggio fugato, Piovano ha saputo trovare una tensione autentica. La promessa ad Abramo, quell’eco di eternità, si è trasformata in un grido quasi stoico: un invito a fidarsi, a ricordare che l’uomo è un ponte tra la carne e l’invisibile. Nietzsche scriveva che “l’uomo è qualcosa che dev’essere superato”: in questa fuga, l’umanità sembrava già oltre sé stessa, lanciata verso un altrove luminoso. E poi il Dies Irae, che ha scosso il teatro come un terremoto controllato. “Giorno d’ira, quel giorno” – e la musica è diventata giudizio, ma anche battito. Qui non c’era terrore, ma consapevolezza. Non il grido della condanna, ma la dignità di chi guarda in faccia il destino. Kierkegaard ci ricorda che “la vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”: in quel fragore, il senso del tempo si è capovolto.
Bene anche i solisti e il coro, capaci di una resa limpida e spirituale, mai enfatica. Ma è sull’orchestra e sul direttore che è pesato il compito più grande: restituire il mistero senza svelarlo, custodirlo senza ingabbiarlo. Missione compiuta.
E quando sembrava che nulla potesse aggiungersi a tanta pienezza, è giunto l’Ave verum corpus. Non previsto dal Requiem, ma ad esso legato come un’eco segreta, un frammento di cielo che si apre tra le nuvole. In quel momento il teatro si è fatto culla, respiro, vertigine dolce. Le voci e gli archi si sono fusi in una preghiera sospesa, che pareva non chiedere nulla, ma solo accarezzare l’anima. Era la tenerezza del divino che si abbassa, che si fa corpo – come dice il testo – “nato da Maria Vergine, davvero sofferto e immolato sulla croce per l’uomo”. E in quel suono così puro, così disarmato, ciascuno ha potuto sentire qualcosa che non ha nome: una presenza, un perdono, una carezza per ciò che dentro di noi resta inconsolabile. Un momento celestiale, che ha fatto brillare gli occhi anche ai più silenziosi. Come se per un istante, davvero, fossimo stati tutti abbracciati da qualcosa di più grande, e infinitamente buono.
Alla fine, più che applausi, c’era un silenzio denso, sospeso, quasi grato. Come dopo una confessione, o un sogno. Come dopo aver sfiorato, anche solo per un’ora, l’eternità che abita dentro ognuno di noi.
Beethoven e l’Inarrestabile Danza del Destino: Un Viaggio con la Settima Sinfonia
di Louise Marie
Ancona, Teatro Sperimentale
29 marzo 2025, ore 20:30
FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore, Luigi Piovano
Il direttore Luigi Piovano con la FORM, Orchestra FIlarmonica Marchigiana
Teatro gremito. Il brusio che precede la magia. Poi il silenzio.
Luigi Piovano alza le braccia con una solennità che sembra già musica. Davanti a lui, la Filarmonica Marchigiana è pronta a scatenare quel turbinio sonoro che è la Settima Sinfonia di Beethoven, definita da Wagner “l’apoteosi della danza”. Il sipario mentale si apre, ed eccoci nel cuore di un’esperienza che non è solo uditiva, ma esistenziale.
Primo movimento: L’Annuncio dell’Inevitabile
L’introduzione inizia con una solennità quasi rituale, un lento incedere che sembra svelare qualcosa di sacro. È come se Beethoven stesse preparandoci a un evento ineluttabile, qualcosa che non possiamo evitare, come il tempo o il destino. E poi… il ritmo esplode. Un’esaltazione irrefrenabile, come se l’universo intero ballasse su una pulsazione vitale, primordiale. La bacchetta di Piovano diventa un catalizzatore d’energia: ogni gesto un comando, ogni sguardo un’ispirazione.
Secondo movimento: La Marcia del Dolore e della Bellezza
Un momento di raccoglimento. Il secondo movimento, quell’Allegretto che ha fatto versare lacrime a generazioni di ascoltatori, si insinua tra le pieghe dell’anima. Qui Beethoven smette di ballare e ci fa camminare. Un passo dopo l’altro, ci troviamo immersi in una processione sonora che parla di perdita, di malinconia, ma anche di speranza. L’orchestra modella le frasi con una delicatezza che sembra sfiorare il tessuto stesso dell’esistenza. Non è un lamento, è un incedere solenne verso un orizzonte sconosciuto.
Luigi Piovano
Terzo movimento: L’Impulso Irrefrenabile
Come un cuore che riprende a battere dopo un attimo di sospensione, il terzo movimento esplode in un tripudio di vitalità. Qui Beethoven sembra ricordarci che la vita è un flusso, una risata, un vortice inarrestabile. Piovano e la Filarmonica Marchigiana giocano con questa energia, dando corpo e luce a una danza che è quasi animalesca nella sua potenza. Ogni strumento dialoga con l’altro in una conversazione che sa di gioia primitiva.
Quarto movimento: L’Estasi del Movimento
E poi arriva il finale. Il sipario non cala, si alza. Qui Beethoven si fa demiurgo di un moto perpetuo, una cavalcata senza freni verso un’illuminazione sonora. Il teatro vibra sotto la spinta ritmica inarrestabile, e l’orchestra di Piovano diventa un’unica, pulsante entità. Il pubblico è trasportato, non ci sono più sedili né palchi, solo un abbandono totale alla furia gioiosa della musica.E poi… il colpo di grazia. L’ultimo accordo rimbomba nel teatro e nel petto. Silenzio. Un silenzio carico di tutto ciò che è appena accaduto. E infine, l’applauso, quel suono umano che cerca di rispondere all’infinito. Beethoven ci ha presi per mano e ci ha costretti a danzare con lui. Ma non era solo una danza: era la vita stessa. E questa sera, grazie a Luigi Piovano e alla Filarmonica Marchigiana, abbiamo ballato come se non ci fosse un domani. Un’esecuzione magistrale, intensa e vibrante, che ha reso onore a questa monumentale sinfonia. L’orchestra ha saputo trasmettere ogni sfumatura emotiva con precisione e passione, ricordandoci che la grande musica vive e respira attraverso chi la suona. Un trionfo assoluto.
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