Abitare il suono: quando l’interpretazione diventa pensiero. Alessio Allegrini dirige la FORM a Jesi (AN)

Di Marialuisa Veneziano

Jesi, 17 gennaio 2026

C’è una strana magia che abita certi teatri: non è solo nei velluti delle poltrone o nei lampadari che sembrano piccole costellazioni domestiche, ma nell’aria stessa, che trattiene la memoria dei suoni come un respiro antico. Il Teatro Pergolesi Spontini di Jesi, questa sera, sembrava vibrare prima ancora che il primo gesto fosse tracciato nell’aria. Una vibrazione sottile, elettrica, come se il tempo avesse deciso di mettersi in ascolto.

Il protagonista della serata è stato Alessio Allegrini, primo corno dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, qui nella duplice veste – sempre affascinante e rischiosa – di solista e direttore della FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana. Una doppia identità che non è semplice somma di ruoli, ma un vero esercizio di pensiero musicale: respirare come strumento e, nello stesso istante, respirare come organismo collettivo. È una forma di polifonia interiore. E Allegrini la pratica con naturalezza luminosa, come se il gesto direttoriale e l’imboccatura fossero due dialetti della stessa lingua madre.
Il programma si apriva con una prima esecuzione assoluta: la Sinfonia di Andrea Strappa, composta nel 2025 su commissione della FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana. Strappa – compositore italiano della nuova generazione, attento alla ricerca timbrica e alla drammaturgia del suono, ma lontano da ogni sterile avanguardia – lavora su una scrittura che non teme la memoria della tradizione, pur deformandola, stirandola, interrogandola come una materia viva. La sua Sinfonia non è un monumento statico, ma un organismo che cresce, si contorce, si riconfigura.
L’impianto formale suggerisce una tensione continua tra densità e rarefazione: masse orchestrali che si addensano come nubi cariche di elettricità e improvvise aperture in cui il suono si fa fragile, quasi trasparente. L’orchestrazione è finissima: gli impasti dei legni dialogano con una percussività mai gridata, mentre gli archi, spesso chiamati a lavorare su micro-dinamiche e su tensioni interne al timbro, costruiscono una trama nervosa, inquieta, profondamente contemporanea. Non si tratta di “effetti”, ma di una poetica del dettaglio: il suono come evento fisico, come fenomeno che nasce, vibra, si consuma. La FORM si conferma ancora una volta non come semplice organismo esecutivo, ma come autentica comunità di pensiero musicale. La compattezza degli archi, la duttilità timbrica dei fiati, la precisione respirata delle dinamiche raccontano un ensemble capace di ascoltarsi dall’interno, di reagire come un corpo unico e sensibile. In una serata che attraversava linguaggi e secoli, la FORM ha dimostrato una rara elasticità interpretativa: contemporanea senza rigidità, romantica senza retorica, rigorosa senza freddezza. È in questa qualità dell’ascolto reciproco che si misura la maturità di un’orchestra: non nel volume del suono, ma nella profondità della coscienza musicale condivisa.
L’esecuzione della FORM, guidata da Allegrini con gesto essenziale ma lucidissimo, ha restituito con chiarezza questa architettura mobile. Colpiva la precisione delle transizioni, la capacità di tenere insieme le fratture del discorso senza appiattirle, lasciando che la musica respirasse nelle sue stesse contraddizioni. In questo senso, la direzione non imponeva un’interpretazione, ma creava le condizioni affinché la partitura potesse rivelarsi. Un atto di fiducia nella musica, che è sempre un atto di coraggio.

Il cuore emotivo della serata si è acceso con il Concerto n. 1 per corno e orchestra di Richard Strauss. Qui Allegrini ha indossato pienamente la voce del solista, e il suo corno è diventato racconto, paesaggio, memoria. Strauss scrive questo concerto giovanissimo, eppure già si avverte quella nostalgia luminosa che sarà cifra di tutta la sua poetica: una nostalgia che non guarda indietro con rimpianto, ma con meraviglia.
L’interpretazione di Allegrini è stata un piccolo miracolo di controllo e poesia. Il suono, cesellato negli armonici con una purezza quasi vocale, si è disteso in pianissimi capaci di sospendere il tempo. Il corno non imponeva la propria presenza: sussurrava, suggeriva, accarezzava lo spazio acustico come una luce radente al tramonto. In quei piani sottilissimi, il respiro diventava musica e la musica diventava respiro. Il fraseggio, elegante e naturale, evitava ogni compiacimento virtuosistico per privilegiare una cantabilità interna, intima, che parlava direttamente alla sensibilità dell’ascoltatore. Era il sogno che prende forma sonora, senza bisogno di parole.

La conclusione affidata alla Sinfonia n. 3 “Scozzese” di Felix Mendelssohn Bartholdy ha riportato il pubblico in un orizzonte romantico fatto di paesaggi interiori e visioni naturali. Mendelssohn non descrive la Scozia: la evoca. Le brume, le rovine, il vento che attraversa i promontori diventano stati d’animo, moti dell’anima tradotti in energia musicale. La sinfonia è un viaggio continuo, senza vere cesure, come una lunga passeggiata in cui il panorama cambia lentamente ma incessantemente.
Allegrini ha scelto una lettura fluida, mai oleografica, capace di mantenere tensione narrativa anche nei momenti più lirici. Gli archi hanno cantato con morbidezza controllata, i fiati hanno disegnato colori atmosferici, e l’insieme ha restituito quella miscela tipicamente mendelssohniana di chiarezza formale e immaginazione poetica. Non c’era retorica, ma movimento; non enfasi, ma luce.

Questa serata ha lasciato una sensazione rara: quella di aver assistito non a un semplice concerto, ma a un dialogo profondo tra pensiero, gesto e suono. Alessio Allegrini emerge come musicista completo, capace di abitare la musica da dentro, con intelligenza analitica e con una sensibilità quasi artigianale per il dettaglio timbrico. Dirigere e suonare non sono per lui due funzioni separate, ma due modalità di un unico atto conoscitivo: comprendere il suono mentre lo si genera, ascoltare il mondo mentre lo si organizza.
La musica, quando è autentica, ci ricorda che siamo creature temporali, fatte di vibrazioni, di attese, di risonanze. Questa sera, a Jesi, il tempo ha avuto un volto gentile. E il suono, per qualche istante, ha saputo dirci qualcosa di essenziale su ciò che siamo: ascoltatori in cammino, pellegrini di una bellezza che non si possiede mai, ma che ogni tanto – come una stella cadente – ci attraversa e ci illumina.

A. Allegrini

Marialuisa Veneziano


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Commenti

One response to “Abitare il suono: quando l’interpretazione diventa pensiero. Alessio Allegrini dirige la FORM a Jesi (AN)”

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    instantlyenchanting3076f7c8bd

    Ho avuto il piacere di ascoltare nonché l’onore di conoscere personalmente il maestro Allegrini, vero alfiere di cultura, sentimento, passione e tecnica musico/strumentale ineguagliabili; tutto ciò a guida di un complesso orchestrale molto ben adeguato. La recensione ben illustra l’evento.

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