Luce Eterna tra le Quinte: Il Requiem di Mozart incanta Jesi

Jesi, Teatro G.B. Pergolesi – 14 aprile 2025

W. A. Mozart: Requiem K626

Orchestra Filarmonica Marchigiana

Direttore: Luigi Piovano

di Louise Marie

Non una cattedrale, ma un teatro. Non pietra e silenzio, ma velluto, legno e respiro. Eppure, nel cuore del Teatro Pergolesi di Jesi, questa sera, il Requiem di Mozart ha risuonato come un’intima messa laica, capace di sospendere il tempo e il fiato. Se in una grande basilica la musica sacra si fa eco e cielo, qui si è fatta carne, sguardo, tremito. Perché la morte, in fondo, non abita solo nei templi: si siede accanto a noi anche in platea, mentre ascoltiamo la bellezza che ci supera.

Luigi Piovano, alla direzione, ha compiuto qualcosa di bello: ha guidato l’orchestra come si accompagna un’anima nell’attraversamento di un confine invisibile. Con gesto misurato, quasi liturgico, ha scolpito una lettura intensa e raccolta, in cui ogni movimento sembrava nascere dal respiro collettivo tra podio e pubblico. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana ha risposto con profondità e sobrietà, evitando ogni tentazione di teatralità: il dolore non ha bisogno di ornamenti. Il Confutatis maledictis ha segnato un punto di vertigine: il contrasto tra l’invocazione dei dannati e il grido voca me cum benedictis ha creato un momento in cui la musica non chiedeva più solo ascolto, ma partecipazione. Lì, tra il fuoco e la supplica, abbiamo sentito la voce dell’uomo davanti all’ignoto. Come scrisse Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare” – ma in quel passaggio, era chiaro che Mozart sapeva benissimo dove condurci: nel cuore del dubbio.

Il Lacrimosa è stato forse il momento più intimo e commovente. Fragile, iridescente, come se il mondo intero trattenesse il fiato. “Moriamo ogni giorno”, diceva Montaigne, ma ci sono musiche che ci fanno morire meglio. In quell’andamento inarrestabile, che si spegne poco dopo l’inizio, c’è tutta la consapevolezza della fine, e la struggente tenerezza di chi ancora spera, anche sapendo.

Luigi Piovano, la Form e il Coro Giovanile delle Marche e i Solisti dell’Accademia Lirica
di Osimo (AN)

Nel “Quam olim Abrahae promisisti”, spesso considerato solo un passaggio fugato, Piovano ha saputo trovare una tensione autentica. La promessa ad Abramo, quell’eco di eternità, si è trasformata in un grido quasi stoico: un invito a fidarsi, a ricordare che l’uomo è un ponte tra la carne e l’invisibile. Nietzsche scriveva che “l’uomo è qualcosa che dev’essere superato”: in questa fuga, l’umanità sembrava già oltre sé stessa, lanciata verso un altrove luminoso. E poi il Dies Irae, che ha scosso il teatro come un terremoto controllato. “Giorno d’ira, quel giorno” – e la musica è diventata giudizio, ma anche battito. Qui non c’era terrore, ma consapevolezza. Non il grido della condanna, ma la dignità di chi guarda in faccia il destino. Kierkegaard ci ricorda che “la vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”: in quel fragore, il senso del tempo si è capovolto.

Bene anche i solisti e il coro, capaci di una resa limpida e spirituale, mai enfatica. Ma è sull’orchestra e sul direttore che è pesato il compito più grande: restituire il mistero senza svelarlo, custodirlo senza ingabbiarlo. Missione compiuta.

E quando sembrava che nulla potesse aggiungersi a tanta pienezza, è giunto l’Ave verum corpus. Non previsto dal Requiem, ma ad esso legato come un’eco segreta, un frammento di cielo che si apre tra le nuvole. In quel momento il teatro si è fatto culla, respiro, vertigine dolce. Le voci e gli archi si sono fusi in una preghiera sospesa, che pareva non chiedere nulla, ma solo accarezzare l’anima. Era la tenerezza del divino che si abbassa, che si fa corpo – come dice il testo – “nato da Maria Vergine, davvero sofferto e immolato sulla croce per l’uomo”. E in quel suono così puro, così disarmato, ciascuno ha potuto sentire qualcosa che non ha nome: una presenza, un perdono, una carezza per ciò che dentro di noi resta inconsolabile. Un momento celestiale, che ha fatto brillare gli occhi anche ai più silenziosi. Come se per un istante, davvero, fossimo stati tutti abbracciati da qualcosa di più grande, e infinitamente buono.

Alla fine, più che applausi, c’era un silenzio denso, sospeso, quasi grato. Come dopo una confessione, o un sogno. Come dopo aver sfiorato, anche solo per un’ora, l’eternità che abita dentro ognuno di noi.


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